NUOVO TEATRO

diretta da MARCO BALSAMO

presenta

 

GIUSEPPE BATTISTON

in

CLARENCE DARROW


regia PAOLA ROTA



foto Giuseppe Battiston © Fabrizio Cestari

CLARENCE DARROW
di David Rinteles

Judd e Arthur sono due giovani studenti di giurisprudenza. Hanno 18 anni e una grande passione: Nietzsche. Lo leggono senza però comprenderlo appieno e modellano su quelle che credono siano le sue teorie tutta la loro esistenza, ripudiando i principi morali della società civile. Nell'intento di provare su loro stessi la teoria del super-uomo, rapiscono ed uccidono un quattordicenne che neanche conoscono. Commettono però un errore: lasciano sul cadavere un paio di occhiali troppo grandi per essere del ragazzo. Il Procuratore Distrettuale Horn comincia ad indagare per la città stilando un elenco di persone a cui sono stati venduti occhiali di quel tipo. Judd, accortosi di aver smarrito i suoi occhiali, costruisce insieme a Art un alibi inattaccabile. Anche Horn crede al loro racconto, se non fosse per la deposizione dell'autista di Judd, che, senza volerlo, incastra i due ragazzi. Arrestati e processati, Judd e Art vengono difesi dal famoso avvocato Wilk. Come riuscirà a salvare loro la vita?

 

 

NOTE DI REGIA

 

Un uomo inizia a raccontare la sua storia. Non è ideologico, sembra animato da un normale senso della realtà e della giustizia, e pare fare scelte che qualsiasi persona dotata di buon senso farebbe: eppure non è un uomo qualunque, è Clarence Darrow, figura mitica della giustizia americana, principe del foro che si impone nell’immaginario del Novecento per le grandi battaglie contro la pena di morte, per i diritti dei lavoratori, e più in generale per le battaglie in difesa dei diritti dei più deboli. Nell’America bigotta e antiproibizionista è un uomo libero, ateo, che ama la vita, i libri, le donne, l’alcol, e si rifiuta di proteggersi con la paura dell’altro ma si batte con coraggio in nome della verità e del pensiero.

Giuseppe Battiston porta in scena questo personaggio ironico, coraggioso, divertente, fuori dagli schemi,

che crede che “se perdi il potere di ridere perdi il potere di pensare”, che attraverso le arringhe fa ragionare sulle ipocrisie e sulle paure che producono ingiustizie. Personaggio che ha affascinato generazioni di attori, da Peter Fonda a Orson Welles, a Kevin Spacey.

Ci interessa questo testo prima di tutto per come i temi trattati risuonano nel presente: serve ora generare un

pensiero sui diritti dei più deboli, sul senso della pena di morte; Serve in questo momento una riflessione che ci coinvolga. Immaginiamo infatti che il racconto sia immerso nel pubblico, in un rapporto diretto, e che, come nei processi americani, le parole abbiano il potere di smuovere la coscienza della giuria, degli spettatori che diventano giuria, in una metafora della nostra personale importante presa di posizione. Come pubblico siamo chiamati in causa: come pubblico, come persone, possiamo solo stare a guardare? Possiamo agire? Siamo chiamati almeno a capire, perché questo è il primo passaggio per scegliere senza paura.

E ci piace questo personaggio fuori dagli schemi in cui convivono umanità e ispirazione, senso dell’ironia e senso della giustizia.

Che ci ispira dicendo “Possiamo proteggere la nostra libertà nel mondo in cui viviamo solo proteggendo quella degli altri” ma non si mette mai più in alto degli altri, e ci permette di identificarci e di ridere dicendo “Viviamo la prima metà delle nostre vite rovinate dai genitori, la seconda metà dai nostri figli”.

Paola Rota

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