POTEVO FAR FUORI LA MERKEL, MA NON L’HO FATTO
STAY HUNGRY. STAY FOOLISH.

di FORTUNATO CERLINO

con

CESARE BOCCI Michele
FRANCESCO MONTANARI Modesto 
CLAUDIA POTENZA Gloria
ROBERTA SPAGNUOLO Yvonne

 

SCENE E COSTUMI MARIA TERESA PADULA
MUSICHE ORIGINALI PEPPE BRUNO
COLONNA SONORA A CURA DI MARCELLO COTUGNO
LUCI GIANLUCA CAPPELLETTI
AIUTO REGIA BEATRICE TOMASSETTI
REALIZZAZIONE VIDEO E FOTO DI SCENA ANDREA DE FUSCO

ASSISTENTE ALLA REGIA MARIANNA BOTRUGNO
TECNICO LUCI SAMUELE RAVENNA
TECNICO AUDIO/VIDEO MASSIMILIANO DE LELLIS

L’IMMAGINE DELLO SPETTACOLO È DELLA PITTRICE MARIA TERESA PADULA

REGIA

FORTUNATO CERLINO E MARCELLO COTUGNO

Dopo il grande successo della serie tv Gomorra, Fortunato Cerlino è uno degli attori più richiesti dal cinema sia nazionale che internazionale. L’attore e regista propone qui un testo da lui stesso scritto dal titolo grottesco Potevo far fuori la Merkel, ma non l’ho fatto. A firmare insieme a lui la regia Marcello Cotugno, che prosegue con questo testo il lungo percorso di ricerca sulla drammaturgia contemporanea, dopo aver diretto, nel 2014/15, Some Girl(s) di Neil LaBute e Novantadue – Falcone e Borsellino vent’anni dopo di Claudio Fava.

 

Un condominio in cui vivono quattro personaggi. Michele e Yvonne hanno tre figli e sono in forte crisi matrimoniale. Lui è uno psicanalista di successo, attraente, affascinante. Un uomo pubblico riuscito, ma con un privato che sta crollando e che rischia di travolgerlo. Lei si rende conto di essersi sposata troppo presto, che ha avuto troppi figli, che ancora non ha vissuto e che forse non riuscirà più a farlo. Poi c’è Gloria, paziente di lui e amica di lei che sogna di vivere a Berlino perché “la Germania è dentro alla storia”. Steve Jobs è il suo guru, l’ultimo genio nato a questo mondo, che ha saputo cambiare la sua vita perché era un visionario coraggioso in grado di combattere il conformismo. Infine c’è Modesto un eroinomane trentottenne mantenuto dalla madre che trascorre le sue giornate a memorizzare il discorso di Jobs alla Stanford e a guardare film porno. Lo chiamano Steve, perché proprio come Jobs poteva essere un genio, ma non è stato in grado di credere in se stesso, vive in uno stallo che definisce onesto, finché non avrà una sua idea originale, preferisce vivere osservando il mondo piuttosto che diventarne un’ombra insignificante.

 

 

Sullo sfondo della vicenda un’analisi cruda, spesso goffa e amaramente comica dell’Italia contemporanea. Il suo rapporto con gli altri paesi europei, ed in particolare con la Germania della Merkel. L’Italia, come la Germania, ha avuto dalla storia la possibilità di operare un processo di cambiamento radicale, una Metanoia che dopo la seconda guerra mondiale avrebbe potuto trasformare il nostro paese in un punto di riferimento mondiale. Dalle macerie del crollo del muro di Berlino però la Germania ne è uscita vincente, forte, mentre l’Italia con la politica dei governi deboli, della lira debole e della speculazione, ha finito per indebolire la sua identità e la sua possibilità di riscatto.

 

Note di regia

 

Il lungo viaggio attorno al cuore tedesco d’Europa porta a ridefinire il ruolo della Germania nella crisi attuale: tocca ai tedeschi assumersi la responsabilità storica di salvare l’Europa, dopo averla affondata due volte in passato. Ed è necessario che esercitino con saggezza e lungimiranza l’egemonia che loro compete.

Angelo Bolaffi

 

Sì, mamma – risponde Jegor – quando c’è luce non si vede niente, ma

appena è buio si vede tutto.

Israel Joshua Singer

 

 

Tutto ha inizio da una porta che resta socchiusa. È la porta di casa di Modesto che, forse inconsapevolmente, la lascia semi-aperta per far entrare un barlume di vita reale dentro la sua realtà fatta di solitudine e di apatia.

 

 

La porta, alla maniera di Hitchcock, rappresenta il pretesto, il motore anti-naturalistico che innesca il meccanismo della storia, che ritrae quattro disperati, quattro figli della crisi che oscillano sull’orlo di un precipizio esistenziale.

La realtà di Modesto appare dunque immobile, ferma in un freeze frame che sembra catturato dai suoi stessi video, in cui ama riprendersi mentre cita i discorsi di Steve Jobs. Immobile come quella di Yvonne, intrappolata nel matrimonio con un uomo di successo, Michele, che solo apparentemente si distacca da questa kermesse di lievi fallimenti, o come quella di Gloria che persegue il sogno/luogo comune di andare a vivere in Germania (una fuga di cervelli paradossale però che la farà emigrare per fare la commessa in un supermarket).

 

 

Le scene si susseguono in pochi ambienti, la casa di Modesto, lo studio da psicanalista di Michele, un’aula universitaria, un ufficio colloqui, che però rimandano ad un’unica scena, una specie di ring dove i personaggi si affrontano, si battono, inconsapevoli dell’ordinaria follia che stanno vivendo, immersi in una realtà iper-realistica che li divora senza lasciargli neanche lo spazio per tirare il fiato.

 

 

La narrazione ha un taglio da thriller psicologico, ma la suspense alimenta la vicenda solo apparentemente: quattro personaggi sono vittime di una storia che non si può realmente mutare, e, in linea con la drammaturgia post-moderna, generano domande a cui non sanno rispondere, lasciando questo compito ancora una volta al pubblico in sala.

 

 

La degenerazione parossistica della società dello spettacolo non ci lascia scampo: ci mette sempre di più in mostra, spiandoci in ogni momento della nostra vita, ed ecco

 

che anche gli attori-personaggi non riescono realmente ad uscire di scena, restano protagonisti della loro esistenza, un’esistenza sabotata da loro stessi nella loro inazione, un’esistenza che forse alla fine troverà un bagliore di luce ma che, probabilmente, ripiomberà, due minuti dopo il calare del sipario e nascosta ai nostri occhi, di nuovo nell’oscurità.

 

 

Un tappeto di cemento ricavato da pezzi del muro di Berlino rivela la concrete-jungle ideata da Maria Teresa Padula, che firma anche i costumi, in cui l’uomo di oggi, in gabbia, cerca una via di fuga dall’assurdo in cui vive, mentre un perimetro attorno ad esso, funge da camerino a vista, dove gli stessi attori si rifugeranno tra un round e l’altro. Le luci tagliate e acide sono di Gianluca Cappelletti, mentre le musiche originali di Peppe Bruno citano l’elettronica minimale e il rock, affiancate da musiche di repertorio, in un crossover di generi, che spazia dall’inno della DDR (dove la Merkel visse per 37 anni), alla techno più sofisticata di Rival Console.

 

 

Un cast di attori di grande rilievo; Cesare Bocci è lo psichiatra di successo e senza scrupoli; Francesco Montanari è il silenzioso e metodico Modesto; Claudia Potenza l’irruente e spregiudicata Gloria; Roberta Spagnuolo la fragile e borderline Yvonne. Ne esce un disegno che, tra comicità involontaria, dramma annunciato e metateatro, analizza senza giudizi il tempo della crisi, la sottile linea che separa un’esistenza normale, da quella in cui un’azione decisiva e definitiva, possa sconvolgere e cambiare il senso di una intera vita.

 

 

Fortunato Cerlino # Marcello Cotugno

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