LA VIE D’ARTISTE

RACCONTATA A MIA FIGLIA 

 

uno spettacolo musicale di

JÉRÔME SAVARY

 

con

JEROME SAVARY

NINA SAVARY

 

orchestra dal vivo

 

regia e scene JÉRÔME SAVARY

direzione musicale GÉRARD DAGUERRE

costumi MICHEL DUSSARRAT

suono OLIVIER “ALDO” PEDRON

luci PASCAL NOËL

collaborazione artistica LÉONIDAS STRAPATSAKIS

 

 

 

La storia è conosciuta: Charlie Chaplin sognava nei suoi giorni da vecchio artista di recitare con la sua secondogenita, Victoria, e questo avrebbe dovuto essere il suo ultimo film.

Ma ad alcune settimane dalla ripresa, Victoria fuggì per la finestra di casa con un bel mago di circo, ed il film non si fece mai più. Chaplin affondò allora nella malinconia.

La mia ragazza Nina somiglia tanto a Victoria, che mi chiedo talvolta se non è la figlia di Charlot.

Vi rassicuro subito, non credo di essere il grande Chaplin. Ma come lui, nel momento in cui arrivo al limite della lietissima foresta che fu la mia lunga carriera, ho avuto voglia di recitare con mia figlia. Bisogna dire che dal giorno della sua nascita, Nina ha condiviso tutti i momenti della mia vita artistica. Ancora nella culla, cambiava hotel tutte le sere, e non aveva per riferimento al risveglio, che i visi mal struccati del suo papà e di sua mamma. Aveva tre anni quando feci la regia di L’histoire du soldat di Stravinsky – Ramuz, alla Scala di Milano. Decisi allora di aggiungere Nina alla truppa, e chiesi alla direzione del teatro di aggiungere sul leggendario manifesto della Scala ‘Nel ruolo di Ninetta: Nina Savary.’

‘Ma il personaggio non esiste! ‘ esclamò il direttore artistico.

‘Nella mia regia sì, il ruolo l’ho inventato io.’

Ed è così che Nina, che camminava appena, con un bel tutù bianco classico, attraversò la scena della Scala, tenendosi per la mano a sua mamma.

Arrivata nel mezzo della scena, canticchiava ‘lala lala!’ Tutto questo le permette di scrivere nella sua biografia: Ha esordito la sua carriera di cantante, all’età di tre anni sulla scena della Scala di Milano.

Più tardi, con sua sorella Manon, ha interpretato un elfo nel Sogno di una notte di mezza estate ad Avignon.

Quando ho compreso che aveva scelto definitivamente di essere un’artista, sono diventato un padre severo. Occorreva un serio bagaglio.

Esistono delle pseudo scuole che producono in tre mesi delle star formattate per ‘reality show’ oggi. Nina ha seguito 15 anni di studi musicali. Piano, chitarra, canto lirico, infine il jazz. Quando la deliziosa Clotilde Courau che era Irma in Irma la dolce, fece passo falso per gettarsi nelle braccia di un bel principe, Nina la sostituì e trionfò.

Da parte mia, incatenato da regie e regie di spettacoli sempre più grossi e sempre meno tournables (stanziali), perché troppo cari.

Mi sono ricordato dei miei inizi col Magic Circus dove recitavo in piccoli teatri di provincia, in palestre, con la scena improvvisata di fortuna in un ristorante universitario o in fondo ad un fienile. Ho avuto voglia di riprendere la strada per provare queste sensazioni preziose.

Il nostro spettacolo è il contrario di un one-man-show. È un vero spettacolo, con immagini, musica canzoni, numeri di magia e con le colombe che escono dal cappello.

Racconto i pazzi anni Sessanta, Settanta, e l’inizio degli anni Ottanta. Rievoco il maggio ‘68 e quei momenti eccitanti nei quali urlavo anche io davanti ai muri del Palazzo dei Papi ‘Vilar, Béjart, Salazar combatte!’, i Beatles quando venivano in gruppo con Cat Stevens a vedere i miei spettacoli di cui ammiravano il ‘suono putrefatto’, Davide Bowie, un giovane ragazzo di diciassette anni, bello come un dio che fece parte per qualche tempo del Magic Circus, i miei amici Arrabal, Copi che esordì la sua carriera teatrale da noi, Jodorowsky ed i suoi deliranti happenings. Rievoco i jazzisti che, per una fortuna inaudita, ho incontrato e ho costeggiato, quando a diciotto anni, lavoravo a New-York come assistente di un celebre fotografo di jazz.

Billie Holliday, la grande signora che, interdetta da Manhattan per uso di droga, cantava in un ‘cheese burger’ alla fine di Brooklyn, il grande Monk che mi chiamava ‘Frenchy’ e suonava per me solo, ‘Blue Monk’ in un Five spot caffè deserto. Lenny Bruce con cui ho diviso una padrona e che diventò il mio amico, Jack Kerouak e Coltrane che si detestavano e si amavano al tempo stesso.

Rievoco l’Argentina e la sua malinconia, Buenos Aires ed il suo tango, la pampa dove sono nato.

I pazzi anni ‘70 dove l’AIDS non esisteva ancora, ma la pillola sì. Tutto ciò raccontato ad una ragazza, la mia, che a vent’anni, non ha conosciuto le carezze se non attraverso il lattice, e che vive in un mondo eroso dalla crisi economica e la disoccupazione.

È uno spettacolo molto speciale, amaro, triste e divertente al tempo stesso, almeno questo è ciò che sembra pensare il pubblico applaudendoci tutte le sere.

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Sono diventato uomo di teatro, un giocoliere per non abbandonare il mondo dei bambini. In teatro, l’attore recita, come un bambino; infatti i bambini, senza saperlo, fanno teatro, s’inventano dei personaggi, dei costumi, delle situazioni, parlano con gli animali. Un giorno principi, un altro schiavi; un giorno sbirri e un altro………Nella cameretta o nel garage, costruiscono castelli di cartone. Inventano il teatro psicologico giocando a fare “papà e mamma”, scoprono Freud senza saperlo, giocando al dottore…Cantano, ballano, recitano senza alcun ritegno. Poi, un giorno al momento fatale della vita che viene detto “età della ragione”, gli si comincia a spiegare che bisogna diventare ragionevoli, che gli animali non parlano e bisogna innanzitutto studiare. Allora i bambini, con dispiacere, rinunciano al teatro, all’immaginario; non si travestono più, non cantano più, e non inventano più personaggi o favole. Io ho tentato di restare bambino, ho continuato a costruire i miei castelli di cartone, a stringere delle fate tra le mie braccia, a uccidere i cattivi con colpi di zanna, ad immaginarmi re e bandito e condurre eserciti di attori verso il mondo dell’immaginario. La scommessa è ardita; non si è affatto teneri con i bambini che giocano a fare gli adulti. La vita fino ad oggi mi ha abbastanza sorriso, il Circus è sempre lì. Le “Vecchie Glorie” del Grand Magic Circus si sono distribuite per le strade; vecchi, bambini, forse…….ma eterni bambini creature del paradiso… Durante questo periodo, ho realizzato più di 150 spettacoli tra il teatro, l’opera, e le commedie musicali, è tutta un’altra storia… Ho deciso di raccontare la mia vita, la vita di un Artista, di un qualsiasi artista al servizio del suo pubblico, utilizzando le mie esperienze, i miei incontri, attraverso la musica e le canzoni; racconterò successi e insuccessi ma a modo mio e con mia figlia Nina. Il fedele amico Gérard Daguerre al pianoforte, insieme all’orchestra ci accompagnerà in questo percorso musicale.

Jérôme Savary

 

La fragilità e la poesia del teatro, il gusto circense dell’esibizione e del “numero” in uno spettacolo che il “mago” Savary ha voluto “regalare” a sua figlia Nina, per raccontarle, usando i mezzi della scena, la sua straordinaria esperienza di artista. Una vita dedicata alla scena e raccontata – sulla scena – alla figlia, artista a sua volta. Jerôme Savary riscrive poeticamente il suo passato e crea uno spettacolo dal sapore circense, quasi felliniano, con la musica a fare da filo conduttore di un destino unico. Dall’Argentina, suo paese d’origine, a New York e Parigi, Savary intesse di momenti musicali – da Billie Holiday a David Bowie, dal jazz a note di fanfara – la narrazione di un percorso artistico che ha attraversato momenti storici cruciali, come il movimento del maggio ’68 riverberato nell’esperienza del Grand Magic Circus, di cui Savary fu animatore. Grazie al talento musicale di Nina, Savary rievoca, tra tenerezze e piccole magie, la Parigi di Arrabal e Copi, aneddoti memorabili come l’incontro con John Lennon o con David Bowie, che per qualche tempo, giovanissimo, fece parte del “Grand Magic Circus” di Savary. Sullo sfondo la storia, i grandi mutamenti sociali e di comportamento. Al centro di un caleidoscopio di suoni ed emozioni, il teatro.

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